Euro 2015, islandesi e turchi, una faccia una razza

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Ai recenti Europei di basket lo spettacolo è arrivato anche dagli spalti. Non so a voi, ma da queste parti è piaciuto in particolar modo l’atteggiamento dei sostenitori turchi e di quelli islandesi. Due popoli lontani ma non così tanto.

I turchi sono biondi, alti e cuociono degli squisiti tranci di squalo putrefatto poggiandoli sul primo geyser che capita loro a tiro. Mentre gli islandesi sono scuri di pelle, si ingozzano di kebab e fumano moltissimo. Com’è che si dice? Ah, già: quello lì fuma come un islandese.
Vero, i luoghi comuni non tramontano mai. E la cosa assurda è che rendono l’idea persino se li usi a casaccio. L’importante è che il gioco possieda il suo perché. E il puerile tentativo di cui sopra, atto a confondere – in modo altrettanto puerile – le acque, possiede un solo scopo: dimostrare le contiguità tra due popoli apparentemente (tralasciamo la distanza e i chilometri) lontani. Parafrasando un efficace detto propugnato da un per nulla simpatico dittatore di passaggio: islandesi e turchi, una faccia, una razza.
Ne abbiamo avuto la dimostrazione ai recenti Campionati europei di basket. Le loro rispettive nazionali non hanno percorso un granché di strada: l’Islanda è stata sbattuta fuori al primo turno, senza nemmeno un successo da portare a casa; alla Turchia è andata poco meglio, se meglio può essere definito un’eliminazione secca agli ottavi di finale. D’altra parte non ci si poteva aspettare di più: il movimento cestistico turco, pur con i non indifferenti capitali spalmati a volontà, non ha mai avuto a disposizione una rappresentativa davvero temibile (a parte gli Aydın Örs-boys, protagonisti agli Europei del 2001). In Islanda, poi, gli sport nazionali sono la pesca del merluzzo e l’eruzione dei vulcani: chi vuoi che se ne sbatta della palla a spicchi? Occhio però: il primo giocatore europeo a calcare i parquet dell’Nba fu tale Karl Pétur Guðmundsson da Reykjavík. Un caso? Forse, ma non siamo qui per divagare.
Torniamo a Euro2015. Non tanto ai risultati, al tipo di basket espresso o alla figuraccia (riflessa) di mamma Rai. No, parliamo di tifo e tifoserie. Belle tutte, non c’è che dire. Belle soprattutto quelle di Islanda e Turchia. Gli scandinavi, come accennato poco sopra, avevano poco da festeggiare. Eppure, eccoli lì, con un legame speciale con il proprio pubblico, con chi li ha seguiti fino a Berlino.

Un abbraccio ideale mentre si canta insieme un pezzo del quale vorremmo sapere di più, ma va bene lo stesso. Sembra quasi un addio, o un arrivederci mesto e al tempo stesso romantico. A ben vedere, è solo (si fa per dire) una dimostrazione d’affetto.
E poi i turchi. Nemmeno loro hanno scherzato. Vivaci e armati di una canzone che ha fatto spesso capolino nelle gare giocate dalla squadra della mezza luna. Anche di questo pezzo vorremmo conoscere qualche particolare che vada oltre il nome dei cantanti o gruppo (Athena & Metheran) e titolo (“12 dev adam”, ovvero “Dodici uomini giganti”).

Vorremmo altresì chiedere ai musicisti in questione il motivo per il quale hanno scritto una marcetta degna del Festival di Smirne (in Turchia esisterà una cosa simile al Festival di Sanremo, no?) invece di sforzarsi un po’ di più. E per quale ragione non hanno creato una joint-venture con gli amici islandesi, visto che anche a loro piace cantare e stringersi ai propri fans. Insieme avrebbero fatto un figurone: biondi e mori insieme, kebab e merluzzo nella stessa padella (ma anche no), una faccia, una razza.

(Tratto da http://www.dailybasket.it/category/rubriche/pick-and-rock/)

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Musica Nuda, ovvero Juve Caserta olè!

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Musica Nuda è il progetto musicale del duo Ferruccio Spinetti/Petra Magoni. Il primo è di Caserta e ama il basket, l’altra è di Pisa e della pallacanestro non le potrebbe fregare di meno. Cosa che non le ha impedito di intonare una canzone scritta dal suo sodale pensando alla Juve Caserta. Potenza della musica. E della palla a spicchi.

Di inni legati alla spicchia e al suo multiforme universo Pick and Rock si è già occupato. E continuerà a farlo anche in futuro. Suona come una minaccia, vero? Verissimo, ma non è detto (non sempre, almeno) che un inno debba per forza evocare il trash più truce (leggasi o leggasi di nuovo Pick and Rock dello scorso 2 aprile e rabbrividite senza vergogna). Esempio: la Juve Caserta. Dalle loro parti di musica, oltre che di basket, se ne intendono. Il casertano Ferruccio Spinetti, bassista della Piccola Orchestra Avion Travel e socio al 50% (assieme alla sodale Petra Magoni) della premiata ditta Musica Nuda, è l’autore di “Bianconero sarà”, uscito nel 2011. Non un inno in senso stretto, ma senza dubbio un atto d’amore incondizionato nei confronti di una società che proprio in quell’anno avrebbe festeggiato il mezzo secolo di esistenza.
Esistono due versioni o, se volete, infinite versioni della canzone. Spiegazione: Spinetti la vergò addobbandola con un andamento quasi da marcetta, tanto da meritarsi l’impietosa stroncatura del folto esercito dei radical-chic. Peccato non aver capito che si trattava solo di affetto, tanto più che, in quel 2011, la solidità di vertici societari di via Laviano cominciava a scricchiolare. E tenere viva l’attenzione su di un sodalizio a rischio sofferenza attraverso un musicista appassionato di basket come Ferruccio Spinetti, era l’idea migliore che potesse prendere vita in quel momento.
Arriviamo al dunque: “Bianconero sarà” ha anche una (forse più) esistenza live. E qui, è proprio il caso di dirlo, la musica cambia. Perché quando il duo Musica Nuda sale su di un palco non c’è marcetta che tenga. Chi ha avuto la fortuna di assistere a un concerto di Spinetti/Magoni (o ascoltato i loro dischi, ma non è la stessa cosa), ha già capito dove vogliamo arrivare. Il primo con le corde del contrabbasso, l’altra con la duttilità della voce, scarnificano ogni cosa che capiti loro a tiro fino ad avvolgerla in un’atmosfera quasi mistica. Nemmeno “Bianconero sarà” sfugge alla regola, come è possibile evincere dal video che vi proponiamo.

La canzone, come si accennava poco sopra, è un omaggio alla Juve Caserta, va da sé che affiancargli un testo di chissà quale poeticità sarebbe stato umanamente impossibile. A parte un paio di slogan da curva la cui utilità è d’uopo (tipo “Bianconero sarà il colore che noi non potremo tradire mai, forza Juve Caserta olè!”), le liriche del brano in questione provano a condensare i primi cinquant’anni di storia juventina. Ecco quindi citati giocatori e allenatori come quelli protagonisti dello scudetto conquistato nel 1991, ovvero Franco Marcelletti, Nando Gentile, Vincenzino Esposito, Sergio Donadoni, poi il totem Oscar Schmid, oltre a Zoran Slavnic, Bogdan Tanjevic e Pino Sacripanti, fino ad arrivare a dirigenti storici come Giovanni Maggiò e Rosario Caputo. Manca qualcuno all’appello? Certo che sì: l’istinto ci porta a citare un paio di pezzi di storia cestistica locale come Giovanni Gavagnin o Sandro Dell’Agnello, ma poco conta. Ferruccio Spinetti e Petra Magoni hanno svolto il loro compito con impegno e dedizione ed è quanto basta. Peraltro i due non sono gli unici ad aver cantato e suonato per il basket di Caserta, qualcun altro ha avuto la stessa idea. Ne parleremo prossimamente, sempre sulle pagine di Pick and Rock. Stay tuned!

(da http://www.dailybasket.it/category/rubriche/pick-and-rock/)

Jim Carroll, basket, droga e rock and roll

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Una vita movimentata quella di Jim Carroll. Playmaker di talento in gioventù, poeta e rocker negli anni della maturità. Un mancato protagonista della palla a spicchi, che avrebbe meritato maggior fortuna.

Basket, droga e rock and roll. Non è per parafrasare per forza di cose Ian Dury ma quando si parla, o si vuol tentare di farlo, di Jim Carroll, all’anagrafe James Dennis Carroll, è impossibile girarsi dall’altra parte. Perché i punti cardinali della vita dello scrittore/poeta/cestista/musicista newyorkese sono stati quelli lì. Punto.
Jim Carrol il basket lo ha amato sino alla follia, almeno in gioventù. La palla a spicchi ha rappresentato la sua prima vita, quella di playmaker di talento. “The basketball diaries” (libro edito per la prima volta in Italia da Frassinelli e tradotto con “Jim entra nel campo di basket”) è la cronaca, in pratica un’autobiografia, di quell’adolescenza inquieta. Vissuta tra partite infinite, giocate spesso in palestre anonime, impreziosite da avversari di prim’ordine come Lew Alcindor, il futuro Kareem Abdul-Jabbar. Poi il fatale l’incontro con le sostanze (Lsd, fumo e tanta, tanta eroina). E non solo con quelle. “Io me ne sono stato tutto il tempo ad ascoltare Bob Dylan”, scrive Carroll tra le pagine del libro. Altri passaggi da “The basketball diaries”: “Poi arriviamo a casa e siamo lì ad ascoltare Dylan”; “Bob Dylan lo fanno alla radio”; “Dico al mio amico di suonare Dylan. Dylan chi? Cascamento di palle…”. Mr. Zimmerman, più degli schemi da applicare sul parquet, è diventato un’ossessione. Che presto travolgerà ogni cosa. Buchi a parte.

Il basket sarà solo un passaggio nell’esistenza di Jim Carroll. La maturità lo porterà in tutt’altra direzione. Verso una fertile carriera di poeta dedito al culto di Arthur Rimbaud (e di Jack Kerouac) e di rocker. “Jim è il ragazzo che mi ha insegnato a scrivere poesie”, dirà in tempi non sospetti una certa Patti Smith. Sei album incisi tra il 1980 e il 2000, collaborazioni con Lou Reed, Rancid e John Cale. E uno status di artista di culto guadagnato sul campo. Il suo era un rock sporco di energia punk e pieno di pathos, ben espresso da una band (la Jim Carroll Band) che molti esponenti del circo del r’n’r avrebbero voluto come complice.

Le canzoni di Jim Carroll non hanno mai affrontato la tematica della palla a spicchi. Idem per quel che riguarda l’attività letteraria post “Jim entra nel campo di basket”. Rimossa, accantonata, la pallacanestro è finita in un angolo, come un ricordo non troppo importante. Difficile conoscere i motivi di tale e tanta ritrosia. Tuttavia, nel suo repertorio, per essere precisi in “Dry dreams”, il secondo album a firma Jim Carroll, uscito nel 1982, è possibile trovare un pezzo intitolato “Work not play”. È il caso di ribadire il concetto: non si parla della nostra disciplina sportiva preferita ma, forse, tra quelle tre parole c’è un messaggio, nemmeno tanto nascosto: che il tempo del gioco, compreso quello esercitato con profitto sui campi di basket, è finito, chiuso, come un capitolo di un libro che non si riesce ad amare. Non sono in fondo, almeno. Sulla strada, polverosa alquanto, di Jim ci sarà spazio solo per la poesia e il rock and roll. E, purtroppo, anche per l’eroina. Che contribuirà non poco alla sua prematura scomparsa, l’11 settembre 2009, giunta all’età di sessant’anni, dopo un fatale attacco di cuore.

(tratto da http://www.dailybasket.it/category/rubriche/pick-and-rock/)

Alex Munzone: Giordano Bruno

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Al centro dell’album c’è Giordano Bruno. L’eretico, il frate domenicano che sfidò la chiesa cattolica fino alle estreme conseguenze. Alex Munzone ne ripercorre la vita, o meglio, la sua fase finale. Quella che va dagli ultimi viaggi a Francoforte e Venezia fino al tradimento di Giovanni Francesco Mocenigo, il nobile che lo aveva ospitato nella città del Doge. Seguiranno l’intervento dell’Inquisizione, l’arresto, il processo (parola grossa), la tortura, le fiamme del rogo. Una delle pagine più tristi della storia moderna. Il musicista siciliano non poteva che affrontare l’argomento con una manifesta cupezza, dando vita a un disco oscuro, pieno di tenebre, impietoso.

“Giordano Bruno”, il secondo disco solista di Alex Munzone, è costruito su tre atti, alla stregua di uno spettacolo teatrale. I testi, al di là di qualche libera interpretazione, sono stati messi insieme attingendo dagli scritti, dalle opere e dai materiali d’archivio riguardante il filosofo nolano. Un lavoro di documentazione che ricostruisce, con inevitabile sintesi, uno scontro epocale, quello tra la libertà di pensiero e l’ottusità dell’integralismo di stampo religioso. Il sottofondo ha il suono di una musica spettrale, inquietante, asfittica, claustrofobica, legata alle più ardite sperimentazioni di carattere avanguardistico. Munzone ne diventa guida ricorrendo a una voce volutamente sgraziata, prendendosi l’incarico di armeggiare tutti gli strumenti presenti tra i solchi del cd: dal pianoforte al glockenspiel, passando per il violoncello, il flauto, le campane, i timpani, il violino, il sintetizzatore. Nessuna traccia di sconto: “Giordano Bruno” non è un disco facile, accomodante, e il suo autore non si preoccupa di apparire tale. Alex Munzone spiega che per ascoltare al meglio il suo ultimo lavoro è consigliabile chiudersi in una stanza buia, annullare ogni contatto con l’esterno e, al fine di creare una sia pur minima fonte di luce, accendere un paio di candele. Dovrebbe bastare, almeno per qualche momento, a scacciare i fantasmi dell’intolleranza e a ricordarsi che l’essenza dell’uomo è la ragione.

I Sopravvissuti, quelli che… “Forza Brina!”

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La Sebastiani Rieti raggiunse per la prima volta la serie A nel 1973. E fu delirio totale. Dal quale non si salvarono nemmeno I Sopravvissuti, band che da un giorno all’altro passò dai più arditi esperimenti psichedelici a un inno nazionalpopolare come “Forza Brina”.

Se nel calcio la tradizione è ben consolidata, nel basket si fa un po’ più fatica a ricordare club che si sono dotati di un inno ufficiale. Di materiale in catalogo ne abbiamo anche noi, certo, ma è roba più che altro carbonara, mentre dalle parti della pedata è tutta un’altra cosa. Quelli lì non hanno mai badato a spese, negli anni c’è stata una corsa per accaparrarsi i cavalli migliori, leggasi Paolo Belli, Dario Baldan Bembo, I Camaleonti, Andrea Mingardi (che un contributo lo ha dato anche alla palla a spicchi), addirittura Mike Bongiorno. Mica paglia! Una tradizione portata avanti, in tempi più recenti, da Elio e le Storie Tese, dai Sikitikis e i Sud Sound System, quest’ultimi autori di “Giallurussu”, pezzo magnifico ma inviso ai tifosi del Lecce: sembra porti scalogna.
A casa nostra, invece, gli inni bisogna cercarli col lanternino. Anni fa, nel 2007, ci provò la Sutor, o meglio, l’allora giunta comunale di Montegranaro. Qualcuno se lo ricorda? “Sutor alè”, del maestro Stefano Seghedoni, non era niente male. Unico ma decisivo limite, la mancanza di quel tocco trash/nazionalpopolare (testo a parte…) che avrebbe consentito un deciso salto di qualità. Non era una canzonetta ma una cosa seria, da orchestra sinfonica: il popolo gialloblù rispose rimuovendo in fretta. Anche perché aveva un minimo comun denominatore con la già citata “Giallurussu”. Indovinate quale. E poi il tifoso, quello che gronda sudore e sangue dalla curva o si rivolge inferocito all’arbitro facendogli notare che “erano passi”, quello convinto che la sua squadra sia la più forte del globo terracqueo ama il ritornello di facile presa, la rima a tutti i costi, la retorica a buon mercato. Già, come dargli torto?
Qualità che I Sopravvissuti usarono a piene mani per festeggiare l’approdo in serie A della Sebastiani Rieti. Era il 1973, il basket tricolore attraversava uno dei suoi momenti più belli, mentre la musica pop era invasa da un’orda di cantautori politicizzati e vampate di prog. Ma andiamo con ordine. Rieti, allora sponsorizzata dall’azienda di surgelati Brina (marchio successivamente acquisito dall’Arena) fece il suo ingresso nel basket che conta la sera del 29 giugno di 42 anni fa, dopo un leggendario spareggio all’Hangar di Pesaro con l’Ivlas Vigevano, guidata in panchina da un giovane Mario De Sisti. Finì 55-44 (punteggio che la dice lunga sullo spettacolo offerto dai due quintetti…) e col trionfo degli uomini dell’allenatore-giocatore Gianfranco “Dado” Lombardi, uno dei monumenti della nostra pallacanestro.
Fu allora che I Sopravvissuti decisero di uscire dalla fetida cantina per partecipare attivamente al delirio di una città impazzita. La band reatina – salvata da un ingiusto oblio da “Terzo grado”, libro altamente consigliato, scritto da Alessio Marino e Massimiliano Bruno per la Tsumani Edizioni – amava le sperimentazioni di matrice psichedelica ma un bel giorno la Sebastiani prese il posto di Syd Barrett nei cuori i nei pensieri della line-up. Ecco allora “Forza Brina”, l’inno perfetto, quello con il ritornello di facile presa, la rima a tutti i costi, la retorica a buon mercato.
Diciamolo: è un pezzo orrendo, peraltro lontano mille miglia dal background del gruppo. Ma come resistere a frasi quali “C’è un’unica voce in tutta la Sabina, forza Brina, forza Brina”, “Sono dieci leoni che hanno un cuore d’oro e ci copriranno di gloria e d’alloro”, “Per le strade e per le piazze echeggia un solo canto: forza vecchio cuore celeste-amaranto”?
La Sebastiani, da quel lontano giorno di inizio estate del ’73, di strada ne percorse parecchia. Fino a inserire in bacheca una coppa Korac, a lottare per lo scudetto, a lanciare giovani come Roberto Brunamonti o Domenico Zampolini e ingaggiare giocatori di qualità eccelsa come Joe Bryant (il papà di Kobe) e i compianti Willie Soujourner e Cleef Meely. I Sopravvissuti, invece, si dispersero chissà in quali direzioni, fino al definitivo ritiro dalle scene. Ma è bello pensare che quei ragazzi figli dell’underground e dediti al culto del rock alternativo persero la testa per una palla a spicchi.
P.S.: chiediamo scusa agli animi più sensibili se abbiamo parlato di tifoserie di Sutor e Sebastiani all’interno di uno stesso pezzo. Così, come se nulla fosse.

“Basketball Jones”, da Cheech and Chong a “Space Jam”

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Un Michael Jordan serve sempre. Anche a sproloquiare sulla colonna sonora di “Space Jam” e su di un suo estratto. Quel “Basketball Jones” uscito originariamente nel 1973 dalle geniali menti di Ceech and Chong e poi trasformato in un hit R&B dall’estemporanea coppia Barry White/Chris Rock. Ve ne rendiamo conto in questo ennesimo episodio di Pick and Rock.

A uno così, se vuoi catapultarlo a Hollywood, puoi chiedergli solo di interpretare se stesso. E in effetti, ogni volta che un regista cinematografico ha messo in mezzo Michael Jordan non ha potuto far altro che invitarlo, senza troppi giri di parole, a ricoprire il ruolo di Michael Jordan. Il suo è un curriculum da attore non certo sterminato, d’altra parte Mr. Air ha sempre avuto altro da fare, tipo giocare a basket, a baseball se non a golf, senza contare la gestione dei suoi (questi sì, sterminati) affari. Però, diciamolo, un segno MJ lo ha lasciato anche nel cinema. Guardare (e figurarsi se non lo avete già fatto…) Space Jam per credere: un film meritatamente di cassetta, vincitore di diversi premi, nel quale il nostro se la cava più che bene.
La trama della pellicola in questione la conoscete tutti, inutile menarvela su Bugs Bunny, gli alieni cattivi e gli assi Nba che perdono e poi riconquistano il proprio talento grazie all’intervento dell’amico Michael. Anche la colonna sonora dovrebbe essere nota ai più: Seal, Coolio, R. Kelly (che non è Roberta Kelly ma l’altro) eccetera eccetera. E tra gli eccetera inseriamo anche un duetto, quello tra Barry White e Chris Rock, che insieme danno vita a “Basketball Jones”.

Un pezzo di ispirazione R&B guidato dalla voce calda e come sempre ispirata del “Doctor Love” e attraversato dalle urla scomposte del suo estemporaneo sodale. Va bene, il signor Rock non è un cantante di professione, e forse il pubblico nordamericano, conosciuto per i suoi gusti raffinati, potrebbe persino aver apprezzato una prestazione così sopra le righe. Eppure vien da chiedersi: perché stravolgere un brano in questo modo? Già, “Basketball Jones” non è nient’altro che una cover. Pronti a riavvolgere il nastro? E a tornare ai ’70? Gli anni in cui il duo comico Ceech & Chong (al secolo Richard Marin e Tommy Chong), monumento della controcultura nordamericana, degli hippie e dei consumatori di sostanze illegali conosce il suo periodo di massimo splendore. Merito anche di un loro disco, “Los cochinos”, uscito nel 1973 e contenente il singolo “Basketball Jones”, parodia di “Love Jones”, successo della soul band Brighter Side of Darkness.

Canzone dall’alone leggendario (alle session parteciparono, a quanto pare, George Harrison, Carole King e Billy Preston) che arrivò al numero 15 delle classifiche di vendita Usa e divenne, col passare degli anni, un culto assoluto. Fino a sonorizzare “Un bel sogno di mezza estate”, episodio della stagione numero 22 (quella del 2011) de “I Simpson”. E se non è una consacrazione questa…
L’ennesima domanda sorge spontanea: ma le differenze tra le due versioni sono così marcate? Liriche a parte, identiche in entrambi i casi, decisamente sì. A proposito: Basketball Jones significa dipendenza da basket, un titolo già di per sé piuttosto esplicito per un racconto minimale, istintivo e non certo poetico, semplice e diretto, incentrato sull’amore di un ragazzino per la palla a spicchi. Poi c’è la musica. Cheech and Chong la tengono a debita distanza da quei sapori prog che da lì a poco invaderanno il pianeta, orientandola verso un suono, se vogliamo nato già vecchio, dallo spirito freakketton-libertario. Inevitabile che poi le cose cambino. Nel 1996, ovvero quando esce “Space Jam”, gli anni ’70 sono roba da archeologia. Come se non bastasse, nel frattempo la tecnologia si è impossessata di tutto o quasi. Anche dell’industria musicale. “Baskeball Jones” poteva forse rimanere la stessa? Certo che no. E a questo punto, mettersi a parteggiare per l’originale o per la cover è esercizio inutile, così come affermare che una possiede un innegabile fascino e l’altra invade i territori del tamarro. E non saremmo certo noi di Pick and Rock, come sempre equilibrati e neutrali, a svelare le nostre preferenze. Nemmeno se a qualcuno venisse in mente di torturarci proponendosi in loop “Basketball Jones” nella versione di Barry White e Chris Rock.

(da http://www.dailybasket.it/category/rubriche/pick-and-rock/)

Il minibasket country/beat dei Beltons

I Beltons furono una band tardo beat di fine anni ’60. Non hanno scritto pagine fondamentali nel grande libro della musica pop tricolore ma un merito ce l’hanno: quello di aver dedicato una canzone al basket, anzi, al minibasket. Tanto basta per recuperare cenni della loro storia e inserirli tra le pagine di Pick and Rock.

“Degli hittiti si sa ben poco, e di quel poco io non ne so nulla!”. Le rimpatriate tra compagni di scuola sono impietose: non solo ci si guarda increduli del fatto che il tempo passa e siamo invecchiati pure noi, che abbiamo la pancia (pancetta, dai…), che ce la dobbiamo vedere con un principio di rincoglionimento ormai partito per la tangente. No, non basta: ogni volta che ci si rivede tutti insieme è necessario ripetere fino allo sfinimento, quasi si volesse ossequiare una legge non scritta ma evidentemente cogente, gli aneddoti del tempo che fu, gli scazzi, le avventure vissute in gita, le battute leggendarie (si fa per dire). Quella frase, per esempio. Fu pronunciata dal mio compagno di banco Alberto durante un’interrogazione di storia. Nessuno può giurare che la proferì davvero (già, a rincoglionirsi basta un attimo) ma tutto fa brodo. E poi quando uno si ritrova a fare i conti con la pancetta che importa? Tanto mica le controlla nessuno le boiate che si sparano nelle rimpatriate.
Eppure quelle poche parole, apparentemente frivole e buttate lì quasi per caso, rappresentano il sale della vita. Perché ci ricordano che abbiamo dei limiti. Tutti. Esempio: provate a chiedere a uno esperto di musica pop (di quelli veri, mica il primo Scaruffi che capita), appassionato ma anche un po’ tassonomico, chi erano i Beltons. E lui ti risponderà: “Dei Beltons si sa ben poco, e di quel poco io non ne so nulla!”.

Già, come il vecchio e caro Alberto. Solo che ai tempi di Alberto non era ancora in circolazione “Storie di giovani pop”, una rivista unica nel panorama del giornalismo musicale di casa nostra (cercatela in rete, altrimenti a cosa servono le solette pubblicitarie?) che della band (pardon, complesso) succitato è riuscita a ricostruire la storia. Per farla breve, i Beltons furono attivi sul finire degli anni ’60 nel bergamasco e nel Canton Ticino. Suonavano di tutto, dalle cover di Francesco Guccini a quelle dei Procol Harum e dei Beatles passando per Gian Pieretti. I ragazzi trovarono anche il tempo per registrare un paio di 45 giri, il primo dei quali fu licenziato dalla Panafon Records nel 1967: il lato B ospitava “La ballata del minibasket”. Pezzo strumentale di matrice country/beat, anomalp per un’epoca in cui la musica alternativa stava cominciando a subire l’influenza della psichedelia d’oltre Manica.
“La ballata del minibasket” vide la luce in occasione di una manifestazione cestistica in programma al nuovo palasport di Bergamo e ne divenne la colonna sonora.

I Beltons riuscirono a infilarsi nell’ambaradan grazie all’interessamento del padre del chitarrista, il signor Cattaneo. Crearono il pezzo appositamente per l’occasione e dentro infilarono il refrain del tradizionale nordamericano “Yankee doodle” e qualche etto di tastiere di sapore beat. Poi, per quel che riguarda il resto, il tempo ha dissolto quasi tutti i ricordi. Non sappiamo come andò la manifestazione (a parte il fatto che gli ospiti d’onore erano degli imberbi Pooh), se i ragazzini iscritti al minibasket apprezzarono la musica dei Beltons e se tra loro c’era qualcuno che da lì a poco sarebbe diventato un campione. Rimane quel vinile, peraltro un pezzo raro, una delle prime testimonianze di come la palla a spicchi sia riuscita a diventare un punto di riferimento per la generazioni più giovani in tempi non sospetti, prima che il basket diventasse uno sport di massa. Perché ricordiamoci che in quegli anni, di certo non pioneristici ma comunque ancora lontani dal boom dei ’70, qualcuno avrebbe potuto pur sempre affermare, senza per questo essere compatito né spernacchiato, che “del basket si sa ben poco, e di quel poco io non ne so nulla!”.