Da solidarietà a commemorazione – Il concerto per Demetrio Stratos del 14 giugno 1979

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Il 14 giugno del 1979 il concerto per Demetrio Stratos diventa una serata di commemorazione: il racconto di quei giorni.

Il 1978 è l’anno di “Gli dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!”, il quinto album in studio a firma Area. Esce per la Ascolto, label controllata dalla CGD e diretta da Caterina Caselli. Il gruppo milanese ha deciso di abbandonare la Cramps, che li aveva fatti esordire nel 1973 con “Arbeit macht frei” tra non poche – e, si presume, laceranti – discussioni interne.
Sono giorni complicati per gli Area, che devono fare i conti con la defezione del chitarrista Paolo Tofani e rischiano di perdere anche il loro front-man. Demetrio Stratos ha raggiunto un accordo con Gianni Sassi, il deus ex machina della Cramps, col quale pubblicherà i dischi da solista nella collana “DIVerso”. Per Stratos è un periodo ancora più denso e ricco di soddisfazioni: collabora con John Cage, se ne va a Parigi per tenere un concerto al Museo d’Arte Moderna, a Lisbona, assieme agli Area, alla festa del Partito Comunista Portoghese, all’Avana su invito del Ministero della Cultura cubano. Ed è solo una piccola parte degli impegni che lo vedono coinvolto tra il 1978 e il 1979. Un’attività che costa fatica e stress. Ricorda Monica Palla, allora addetta stampa della Cramps: “Un giorno Demetrio mi disse che era un po’ che non si sentiva bene: disse che era sempre stanco e si riempiva facilmente di lividi. Decise che doveva andare dal medico”. (cit. in “Consapevolezza, gli Area, Demetrio Stratos e gli anni settanta”, Luca Trambusti, Arcana, 2009).

Il 30 marzo 1979 Stratos si esibisce al Teatrino della Villa Reale di Monza, tre giorni dopo si ricovera al policlinico di Milano. La diagnosi è terribile: nulla a che vedere con lo stress o la stanchezza, si tratta di un’aplasia midollare, malattia causata dalla mancata riproduzione delle cellule da parte del sangue. Segue un secondo ricovero, questa volta al Memorial Hospital di New York, dove si studiano nuove terapie in attesa di un salvifico trapianto di midollo osseo. Terapie costose, circa cinque milioni di lire a settimana, una spesa folle, difficile da sostenere per chiunque. Interviene Gianni Sassi: l’idea è quella di organizzare un mega concerto a sostegno della famiglia Stratos. A tempo di record si fissano il luogo, l’Arena Civica di Milano, e il giorno dell’evento: il 14 giugno 1979. E anche il cast. Parecchio eterogeneo, che poco ha a che vedere con il percorso musicale di Stratos, ma è un particolare di poco conto. “Sì, ci sono tutti. Gente che c’entra e gente che non c’entra un cazzo”, sarà il sarcastico commento di Patrizio Fariselli (cit. in “Demetrio Stratos, gioia e rivoluzione di una voce”, Aereostella, 2009). Tanti i cantautori, molti dei quali all’apice del successo, come Eugenio Finardi, Antonello Venditti, Roberto Vecchioni, Francesco Guccini, Angelo Branduardi, qualche esponente del prog che fu, a partire dalla Premiata Forneria Marconi, poi il Banco del Mutuo Soccorso, i New Trolls. Aderiscono Roberto Ciotti, i Carnasciala, gli Skiantos, Venegoni & co, i Kaos Rock, a rappresentare l’avanguardia ecco Giancarlo Cardini, Adriano Bassi, Italo Lo Vetere, Giorgio Gaslini. E tantissimi altri. Ovviamente, non potevano mancare gli Area. Tutti si esibiranno a titolo gratuito per quello che sarà il primo raduno giovanile consentito dalla questura di Milano dopo tre anni di divieti, la ferita del disastroso Festival di Re Nudo è ancora fresca ma il gran capo della Cramps riesce a giocare le sue carte. Persino quando prova a convincere la pachidermica Rai a riprendere le immagini dell’evento.

Il cavallo di Troia di Sassi è Renato Marengo, giornalista musicale di lungo corso, entrato in viale Mazzini come collaboratore. Marengo comincia a lavorarsi il capo struttura responsabile di cultura e spettacoli di RaiDue: la risposta arriva in un attimo, e non è quella giusta: “Scusa, senza offesa, ma Demetrio Stratos, a parte gli addetti ai lavori, in tv chi lo conosce?” (cit. in “Concerto 1979”, Raitrade, 2009). Marengo ci riprova mostrando al capo struttura una mazzetta di giornali nei quali si parla del concerto come di un evento unico e irripetibile. Fatica sprecata. “Probabilmente – ricorda Marengo – (…) quei tentennamenti, quelle reticenze nascondevano anche il timore di dare spazio in Rai a un mondo giovanile che in quel periodo veniva collegato, a ragione o a torto, agli ambienti extraparlamentari (…). E poi gli Area erano quelli di settembre nero… la questione palestinese… tutto questo faceva passare in second’ordine la questione umanitaria e la straordinarietà di un cast mai visto in un solo programma” (da “Concerto 1979”). È Giancarlo Governi, un dirigente illuminato, appassionato di musica e sempre attento alle evoluzioni della cultura giovanile, a sbloccare la situazione e a consentire le riprese del concerto, che verranno trasmesse sul secondo canale in due distinte domeniche pomeriggio. Da mamma Rai arriva un contributo di quattro milioni di lire, una miseria, che l’organizzazione accetta dopo aver ventilato l’ipotesi di uno sdegnoso rifiuto.
13 giugno 1979, la notizia si diffonde in un attimo: Demetrio Stratos è morto nel suo letto di degenza del Memorial Hospital all’età di 34 anni per arresto cardiaco, il giorno prima del concerto organizzato da Sassi. Che si tiene comunque, in un’atmosfera surreale, che trasforma una serata di solidarietà in una commemorazione, in un omaggio a uno dei più autorevoli (e amati) protagonisti di una stagione, quella degli anni ’70, dannatamente fertile. Il conduttore radiofonico (e molto altro) Massimo Villa, chiamato a presentare l’evento, chiede al pubblico presente di farsi sentire sin da subito: “Non voglio essere retorico. Ma per favore, alzatevi in piedi e fate l’unica cosa che potete fare: l’applauso più forte alla memoria di Demetrio” (da “Demetrio Stratos, gioia e rivoluzione di una voce”). Il concerto parte così, con una lunghissima ovazione, piena di sincera emozione.
All’Arena Civica sono in 60.000, forse qualche migliaio in più, pronti a una maratona di cinque ore di musica. Una festa mesta che fila via tranquilla, senza incidenti, tra continui avvicendamenti sul palco, funestata da un’amplificazione non proprio all’altezza della situazione. I musicisti, però, pensano ad altro: quando arriva il turno del Banco del Mutuo Soccorso, Francesco Di Giacomo, impressionato dal pienone dell’Arena Civica, afferra il microfono e fa outing: “Questa grandissima presenza spiega e si spiega da sola”. In quelle cinque ore o poco più succede di tutto. Gli Skiantos arrivano in formazione ridotta (con Freak Antoni, Jimmy Bellafronte e Stefano Sbarbo Kavedoni), limitandosi a recitare poesie no-sense, tra lo stupore dei presenti.

Succede anche che un ragazzo napoletano, tale Pino Daniele, chieda a Fabio Treves, tra un vaffa e un altro, di poter salire sul palco: preghiera non esaudita. Vogliamo parlare di Giancarlo Cardini? Un avanguardista fuor d’acqua, travolto da una selva di fischi. Paradossalmente, la sua ironica performance avrebbe dovuto essere fatta propria da Stratos in uno dei suoi prossimi dischi.

E poi gli Area, che aprono e chiudono la serata. La aprono senza Paolo Tofani, autoesiliatosi, in preda a un’infinita tristezza, in un furgone adibito a sala di registrazione, la chiudono con il loro chitarrista a suonare “L’internazionale”. Con il senno di poi, sembra la fotografia della fine di un’epoca.

A quarant’anni di distanza, non si può non riconoscere l’impatto di di quella serata. Che in un certo qual modo ha anticipato il concertone del primo maggio di piazza San Giovanni, al netto delle inevitabili differenze, specie per quel che riguarda le finalità, e tutti i grandi raduni che da lì a poco si sarebbero succeduti. E poi fu da quel giorno che pubblico e musicisti si riconciliarono una volta per tutte. Le esibizione live, in quei caldi anni ’70, venivano spesso funestate da incidenti, violenze da parte di autoriduttori e schegge impazzite della sinistra extraparlamentare. I promoter non ne potevano più e le star straniere evitavano il Belpaese come la peste. Il concerto del 14 giugno dimostrò che si poteva ancora organizzare eventi di massa: due giorni dopo l’esperienza dell’Arena Civica, sarebbe partito, dallo stadio di Savona, il tour “Banana Republic” di Lucio Dalla e Francesco De Gregori: il carrozzone della musica live stava tornando verso la normalità. Ma avremmo preferito qualche incertezza in più pur di non rinunciare alla voce di Demetrio Stratos, per vedere dove sarebbe arrivato, per poterlo applaudire ancora un po’. “Non siamo qui per sciacquarci i coglioni, ma per fare dell’ottima musica”. Ecco, questo era Demetrio Stratos.

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Toh, chi si rivede: Odette Di Maio

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Lontani i tempi dei Soon. Lontani i ’90, quando i tour non finivano mai, gli anni del successo, dei videoclip in rotazione in tv e dei singoli programmati in radio, di quando c’erano i concerti degli Skunk Anansie da aprire. Nonostante baracca e burattini siano stati smontati da un bel pezzo (da circa un ventennio: come passa il tempo…), Odette Di Maio, che dei Soon è stata anima e cuore pulsante, non è rimasta ferma un solo attimo. Esperienze nel lontano Singapore, poi un bel tot di collaborazioni fino all’incontro con il musicista belga Jan De Block, con il quale ha avuto il tempo di formare anche un duo, i Miss O.

Con l’apporto dello stesso De Block, Odette Di Maio ha dato vita al suo primo disco da solista, “Infinity pool”. Un titolo che si impossessa del nome di una piscina situata in qualche parte nell’isola di Bali, presa a prestito non solo per scattare le foto destinate alla copertina ma per evocare il brodo primordiale, e con esso una serie di grattacapi esistenziali, da sempre senza uno straccio di risposta: chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo? Sin qui la metafora, ben riflessa nelle connessioni emotive evocate dai testi. Distribuiti all’interno di sei pezzi che girano attorno a un pop minimalista e crepuscolare, percorso da arpeggi di chitarra acustica, da qualche necessaria pulsione elettrica, da un accenno di elettronica gentile, dalla tromba di Luc Van Lieshout, già con i Tuxedomoon. Odette Di Maio colora i venti minuti scarsi del dell’album con una vocalità onirica, avvolgente, delicata ma al tempo stesso energica e risoluta (la cover di “Circle”, di Edie Brickell, è lì a dimostrarlo), in grado di spostare il viaggio sino ai confini del dream pop (“Past and future”). Un lavoro delicato e adorabile. Sì, si può uscire vivi dagli anni ’90.

(da rockit.it)

“Facile”, Paola Rossato

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Paola Rossato è al suo primo album ma non si direbbe. Anche perché, in realtà, la cantautrice friulana poteva già contare su diverse esperienze consumate in questi ultimi anni, riassumibili in qualche pugno di canzoni, scritte e presentate in vari Festival lungo lo Stivale, con tanto di premi inseriti in bacheca. “Facile”, l’esordio sulla lunga distanza, è la conferma di quanto di buono si era sentito sul suo conto. E parliamo di talento compositivo, di una voce forte e ricca di personalità, che attraversa con sicurezza tredici canzoni estremamente curate, suonate facendo leva su arrangiamenti ricchi e ben confezionati, curati da una band di alto livello.

Quello di Paola Rossato è un pop di largo respiro, che si butta tra le braccia della tradizione della canzone italiana, lambisce il jazz, fino a toccare, non senza rischi, il rap. Il suono si divide tra l’acustico e l’elettrico, i testi brulicano di amore e di piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta. E con “Emmi”, e i suoi divertenti calembour, Rossato dimostra di non prendersi troppo sul serio. “Facile” è un disco pieno di brani belli e piacevoli, orgogliosamente demodé, entrato nella cinquina dei finalisti all’ultimo Premio Tenco nella sezione “Opera Prima”. Con pieno merito.

10 canzoni italiane dedicate a Pier Paolo Pasolini

Fosse ancora tra noi e non relegato in qualche angolo dell’inferno (probabilmente nel girone destinato agli eretici), Pier Paolo Pasolini non si stupirebbe per nulla della realizzazione delle proprie profezie, e forse avrebbe osservato con curiosità la riconoscenza che il mondo della musica italiana gli ha riservato negli anni successivi alla sua morte. Sono stati in tanti a riconoscere la sua grandezza e a dedicargli canzoni: dieci le trovate qui.

CSI: Irata
“Irata” chiude “Linea gotica”, uno degli album più acclamati del rock italiano degli anni ’90, il secondo registrato in studio dai CSI. All’interno del testo fanno capolino i versi “Oggi è domenica, domani si muore”, tratti da “Le litanie del bel ragazzo”, opera giovanile scritta da Pasolini e contenuta nella raccolta “Poesie a Casarsa”, pubblicata a proprie spese nel 1942 per l’editore bolognese “Libreria Antiquaria”.

Fabrizio De André: Una storia sbagliata
Uscito nel 1980, è l’ultimo singolo ufficiale di Faber. Nasce dalla collaborazione con Massimo Bubola e viene commissionato al cantautore genovese dalla Rai come sigla di un serie di documentari. Il testo di una “Una storia sbagliata” ha una particolarità: contiene riferimenti non soltanto alla morte di Pasolini ma anche a quella di Wilma Montesi, altra vittima eccellente della cosiddetta Prima Repubblica.

Francesco De Gregori: A Pa’
Delicata e poetica canzone di Francesco De Gregori contenuta all’interno di “Scacchi e tarocchi”, uno dei dischi più ispirati e “politici” del cantautore romano. Amata anche dai Gang, che spesso la inseriscono in scaletta nei loro concerti, è stata coverizzata dallo spagnolo Joaquin Sabina, sia pur con un testo completamente differente.

Tre Allegri Ragazzi Morti: Pasolini. Un incontro
“Pasolini” è romanzo a fumetti edito dalla Coconino Press uscito dalla mente fertile di Davide Toffolo, leader dei Tre Allegri Ragazzi Morti. E proprio da questa opera nasce “Pasolini, un incontro”, spettacolo multimediale che assembla la voce di Pasolini, la musica dei TARM e i disegni dello stesso Davide Toffolo.

Remo Anzovino, Mauro Giovanardi: L’alba dei tram
Tutto nasce da una visita notturna all’Idroscalo di Ostia, il luogo dove Pasolini incontrò la morte la notte del 2 novembre 1975. Tanto basta a Remo Anzovino per trovare l’ispirazione e comporre un pezzo, poi musicato su di un testo scritto da Giuliano Sangiorgi e affidato alla voce di Mauro Giovanardi. “L’alba dei tram” fa parte di un album omonimo diventato la colonna sonora di “Pasolini, maestro corsaro”, docufilm della giornalista Emanuela Audisio.

Stefano Battaglia: Totò e Ninetto
Stefano Battaglia è un pianista piuttosto affermato, non solo nel nostro Paese. Nel 2004 inizia una collaborazione con la label tedesca ECM grazie alla quale nascerà, tre anni più tardi, il doppio “Re: Pasolini”. Disco che diventerà anche uno spettacolo rappresentato nelle più prestigiose sale da concerto del mondo, tra le quali la Stainway di New York. “Totò e Ninetto” è un omaggio ai due protagonisti di “Uccellacci e uccellini”, il film girato da Pasolini nel 1966.

Flavio Giurato: La Giulia bianca
Tratta da “Il manuale del cantautore”, il lavoro che segna il ritorno discografico di Flavio Giurato dopo 23 anni di assenza, “La Giulia bianca” gioca su rimandi e piani di lettura diversificati. Non solo l’omicidio di PPP ma anche gli scioperi al Pignone di Firenze e i funerali di Palmiro Togliatti. Il tutto a convivere all’interno di un effetto straniante, come poetica giuratiana impone.

Lorenzo Hengeller: Pasolini
Lorenzo Hengeller ama lo swing, i suoi numi tutelari sono Lelio Luttazzi ed Enrico Carosone. Eppure, all’interno di “Gli stupori del giovane Hengeller”, la sua ultima fatica discografica, trova spazio anche “Pasolini”, cover dell’omonimo pezzo del batterista italo francese Aldo Romano. Musica per solo pianoforte, di ispirazione jazz, altro amore non proprio nascosto del musicista napoletano.

Ianva: Piazza dei Cinquecento
L’ultima cena di Pier Paolo Pasolini descritta dai genovesi Ianva. Roma, le battute con l’amico ristoratore (“l’oste”), uno degli ultimi a vederlo ancora vivo, i pensieri in libertà, i ricordi della sua infanzia. Parole condensate da una musica legata alla tradizione, al folk, a tratti maestosa, in un disco (“Italia: ultimo atto”) che ripercorre la storia recente del nostro Paese e le sue malefatte.

Giovanna Marini: Lamento per la morte di Pasolini
Quasi un’instant-song, composta pochi giorni dopo la notte del 2 novembre 1975. “Lamento per la morte di Pasolini” è una ballata in classico stile Giovanna Marini, ispirata alla “Orazione di San Donato”, canto popolare della tradizione abruzzese. È stata reinterpretata nel 2002 dalla stessa Marini in occasione dell’uscita di “Il fischio del vapore”, album condiviso con Francesco De Gregori.

(da rockit.it)

Atti Pubblici in Luogo Osceno: In fondo vedo il niente assoluto

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Un mesetto in stato di clausura tra la campagna del palermitano. Giorni di prove e di studio, a cercare il suono adatto alla bisogna. Per poi perdersi in una frattura spazio-temporale e ritrovarsi immersi nel mezzo degli anni ’70. A inizio anni ’70, a voler essere precisi. Quando il rock progressivo era il verbo e la ricerca a tutti i costi un dovere da contrapporre all’istinto.

Gli Atti Pubblici in Luogo Osceno si sono dati appuntamento proprio lì, a stretto contatto con il prog e con tutto ciò che ne consegue. “In fondo vedo il niente assoluto”, il loro EP d’esordio, mette in fila quattro pezzi mediamente lunghi (fino agli oltre 11 minuti di “Venivo da sinistra”), all’interno dei quali la band di Bagheria smista la propria abilità tecnica, mettendo insieme arrangiamenti complessi, intrecci strumentali con conseguenti cambi di tempo. Siamo dalle parti dei Trip, del Balletto di Bronzo, della Formula tre, de Il Volo (non quelli lì, gli altri…). Le chitarre e le tastiere dialogano in continuazione, con la parte ritmica a dettare i tempi e la voce nel ruolo di guida, a declamare testi decisamente interessanti. La band di Bagheria, dal canto suo, inserisce elementi hard, ma anche lontanamente jazz (il piano di “La boutique degli inermi”), se non teatrali, non rinunciando alla melodia (specie in “Salò”). Il suono che ne esce, sia pur innegabilmente derivativo, è convincente, anche se non del tutto: certi passaggi appaiono sin troppo elaborati (e pesanti) anche per un gruppo di ispirazione progressive, e forse la chitarra dovrebbe mordere un po’ di più. Ma se il tanto vituperato prog è la vostra tazza da tè, allora ce n’è abbastanza per non lasciarsi sfuggire un disco come questo.

Il senso di Ensi per Mutombo

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L’hanno preso in giro senza un perché. Prima Michael Jordan, poi Drake, solo per citare i casi più eclatanti. Eppure Dikembe Mutombo è stato un pivottone di tutto rispetto, solido e intimidatore. Ensi, al secolo Jari Ivan Vella, lo ha rivalutato. In nome dell’hip hop.

A un certo punto sembrava che tutto il mondo ce l’avesse con Dikembe Mutombo. Be’, tutto il mondo proprio no, diciamo l’emisfero occidentale. Prima Michael Jordan che lo sfotte mentre insacca un tiro libero a occhi chiusi, poi, uno dopo l’altro, i tanti musicisti impegnati a passare il tempo citandolo, con intenti denigratori, nei testi delle loro opere d’arte. Senza un motivo apparente, peraltro. Ricordate Drake e la sua “Jumpman” (in caso negativo, andarsi a ripassare il Pick and Rock dello scorso 24 settembre, please)? “Mutombo, per colpa di quelle troie continui a essere scartato”, concionava il rapper canadese. Ma cosa ha fatto il povero Mutombo per attirarsi tali e tanti strali? Vai a un po’ a saperlo. Eppure, la sua carriera sportiva non è stata male, e la vita passata al di fuori dei legni del parquet non ha mai esibito una sia pur minima traccia di ombra, anzi. E poi cosa gli dici a uno che è passato attraverso un’esistenza così meravigliosamente spericolata? A uno che abbandona il villaggio nel Congo, se ne va negli Stati Uniti a studiare, si becca due lauree, diventa professionista della spicchia e impara a parlare altre sette lingue? Niente, eppure…
Allora si sentiva il bisogno di qualcuno in grado di riabilitare il campione di mille battaglie, che lo trattasse per quello che è e, soprattutto, è stato. Un lavoro per nulla sporco, eppure nessuno lo aveva mai fatto. Almeno fino a qualche giorno fa. Quando, direttamente da Torino, è arrivato Ensi, professione rapper, registrato all’anagrafe come Jari Ivan Vella e uscito di recente con l’album “Clash”.

Nulla a che vedere con la band di Joe Strummer, solo un bel tot di rime che spaccano. Ensi, tra i dodici pezzi inseriti all’interno del suo nuovo lavoro, ha pensato bene di dedicarne uno proprio a Mutombo, al suo immaginario, al suo modo di interpretare basket. Edificato a forza di una massiccia presenza fisica sotto i cristalli, di difesa sanguinosa, di tante, ma tante davvero, stoppate. “Not in my house”, urlava invasato il buon Dikembe agitando il dito indice agli avversari che tentavano di uccellarlo. Ed è proprio da qui che parte Ensi.
Per Ensi, il centrone africano rappresenta una sorta di metafora, usata a mo’ di randello da scagliare contro gli avversari. Contro gli altri rapper, insomma. Perché l’hip-hop equivale a una sfida continua, a una lotta di sopravvivenza all’ultimo respiro. Da combattere con il flow, il free-style, l’hype. In “Mutombo”, Ensi è parecchio esplicito sin dall’attacco: “Entra dentro questa giungla, sono King Kong, non venire a fare il King nel mio kingdom”. Per poi proseguire con malcelato amor proprio: “Faccio fuoco e cabriolet ogni posto, bravi tutti ma nessuno prenderà il mio posto (…). Nessun MC manda in para Ensi, invece del grill metti il paradenti”. E via così, a difendere il territorio nel nome di Mutombo: “Puoi provarci dove vuoi ma non a casa mia. No, no, not in my house”. Ensi, dunque, evoca Dikembe per una questione di orgoglio e di legittima difesa. Niente occhi chiusi, nessuna contumelia o sfottò, solo massimo rispetto per Dikembe Mutombo. Era ora.

(da http://www.dailybasket.it/category/rubriche/pick-and-rock/)

Il Rumore della Tregua: Canzoni di festa

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Nel bel mezzo del Mojave. Il Rumore della Tregua si è dato appuntamento da quelle parti a scrutare orizzonti infiniti, in cerca di peyote e mescalina. Per dare vita a un suono nuovo o, quantomeno, racchiuderlo in una qualche forma, affinarlo dopo cinque anni passati a scrivere una canzone dopo l’altra. Un suono ancor più desertico, acido, onirico, polveroso. Preso in consegna da Giuliano Dottori (già con i seminali Amor Fou) in cabina di regia, Antonio Cupertino (Verdena, Calibro 35) al mixer e da una band decisa a rinverdire i fasti di “Una trincea nel mare”, l’album di debutto (era il 2015), che ai tempi valse una segnalazione al Premio Tenco, nella categoria “Migliore opera prima”.

A distanza di quattro anni, il gruppo milanese irrobustisce la propria cifra stilistica con generose spruzzate di Hammond e con la presenza del buon vecchio mellotron, quasi a cercare un aggancio (apparentemente improbabile) con il prog (l’attacco di “Appeso”, per esempio), o forse soltanto per ribadire una fatale attrazione per gli anni ’70 nel suo complesso. Che scivolano dentro “Canzoni di festa” come se niente fosse, ben saldati a calde atmosfere western degne di un Ennio Morricone, ai treni lenti (ed elettrici) di sua maestà Bob Dylan, alle ferite sanguinanti evocate dai Calexico o da Hugo Race, tra echi alt-country e blues, fino a trovare spazio persino all’interno di ampi respiri che potremmo definire pop (“Cani dell’estate”, la conclusiva “Osso”).

Al centro della poetica del Rumore della Tregua trovano posto personaggi ai margini (i “Cani esclusi dal branco”, cantati in “Naira”) ben intenzionati a coprirsi di lividi, sciamani devoti al “Santo patrono delle occasioni mancate”, immersi in irrimediabili rimpianti (“Forse da bambino avrei dovuto perder tempo”), stretti attorno al calore di un immaginario poetico e visionario (“Voglio essere i tuoi occhi, voglio essere i tuoi versi”). Canzoni per una festa per nulla mesta, a patto che ci si ritrovi nel cuore della notte, quando il deserto brulica di vita e le stelle si accendono, orgogliose del loro splendore.